ROTTAMI DA ALLENAMENTO

Allenamento running efficace: perché distruggersi non significa allenarsi bene.

C’è una specie di superstizione nella corsa, che resiste più delle scarpe da gara usate troppo e dei consigli non richiesti al campo: l’idea che un allenamento running efficace debba per forza lasciare addosso una sensazione di devastazione. Se non si arriva alla doccia come reduci da una spedizione militare in alta quota, si è fatto solo una passeggiatina evoluta.

Già.

Peccato che il corpo non ragioni così. E, soprattutto, peccato che la crescita vera, quella che conta, molto spesso non abbia nulla di cinematografico.
Anzi, a dirla tutta, i processi più importanti sono quasi sempre quelli meno teatrali, che non consegnano l’illusione di essere diventati Kipchoge e non fanno venire voglia di aprire Strava e contemplare la seduta come si contempla un tramonto sul Golfo di Napoli.
Sono, bensì, quelli che operano lentamente, con una serietà ripetitiva, quasi noiosa.

Il punto è che noi esseri umani siamo facilmente seducibili dalle sensazioni forti. Vale nello sport, nella vita e pure in cucina, tant’è che di solito sono i sapori “importanti” quelli che colpiscono le nostre papille, raramente amiamo l’insipido.

Con l’allenamento accade la stessa cosa: si confonde l’intensità della sensazione con la qualità dello stimolo. E invece non sono affatto paragonabili. Un allenamento può stancare tantissimo ed essere, nel complesso, mediocre, o peggio: molto costoso. Di quelli che regalano un piccolo orgasmo psicologico lì per lì, perché “mamma mia quanto ho spinto oggi”, e poi presentano il conto nei due giorni successivi (quando va bene), quando il tono muscolare cala, la brillantezza si spegne, il passo si sporca, la seduta dopo viene annacquata, e comincia ad arrivare addosso quella stanchezza subdola e antipatica, che non è ancora un disastro ma una zavorra sicuramente sì.

Ecco, su questo punto forse tanti runner dovrebbero fare pace con una verità poco sexy: l’allenamento migliore non è sempre quello che svuota.
Che significa? Significa che, terminata la seduta, il corpo non dovrebbe uscirne soltanto toccato, dovrebbe uscirne “istruito a livello cellulare”. Più capace, più coordinato ed economico (non subito naturalmente), più resistente a certe richieste. Più adatto a sopportarle e a ripeterle.

Questo fa un buon allenamento: modifica, sovrascrive, educa. E questa cosa, badate, non sempre coincide con la sofferenza percepita. Anzi, spesso le sedute davvero ben calibrate finiscono e viene da pensare: “Tutto qui?”. Non nel senso che siano facili…no. Nel senso che non strappano via la pelle.

Chiedono presenza, precisione, controllo, magari anche una bella dose di pazienza e durezza mentale, ma senza quella deriva un po’ testosteronica per cui ogni giorno deve diventare la battaglia delle Termopili.

Cari signori, il corpo è molto meno romantico di noi e molto meno scemo di quanto crediamo: ragiona in termini di continuità. Non gliene importa nulla dell’allenamento eroico se poi per tre giorni si cammina come Robocop e la qualità successiva va a farsi benedire.

Il corpo ama le cose assorbibili, tollerabili e ripetibili. Ama ciò che può metabolizzare e integrare, non ciò che fa sentire immediatamente in pace con la coscienza atletica.

Questa, per inciso, è una delle grandi differenze tra chi si allena da un po’ e chi sta ancora cercando conferme ad ogni uscita. Il runner acerbo ha bisogno costante di una prova tangibile del proprio impegno, di un certificato emotivo di sofferenza. Se non torna stanco morto, gli sembra di aver barato. Il runner più maturo, invece, è paziente, e, piuttosto, si chiede cosa abbia realmente seminato durante la seduta e come sta agendo veramente la sua programmazione.

Sia chiaro, non sto dicendo che non si debba fare fatica: la fatica è parte integrante di questo gioco meraviglioso e un po’ sadico che è la corsa, sarebbe ridicolo negarlo. Sto dicendo un’altra cosa, molto diversa e molto più importante: la fatica va scelta, orientata, contestualizzata, usata…Ma sicuramente non idolatrata. Perché una cosa è soffrire dentro una logica che costruisce, un’altra è soffrire tanto per avere la sensazione confortante di essere persone serie.

E allora, forse, la prossima volta che un allenamento finisce senza lasciare addosso la sensazione di essere demoliti, invece di farsi prendere dal dubbio esistenziale del tipo “oddio, avrò fatto troppo poco?”, conviene porsi una domanda migliore, una domanda più utile e più interessante: questa seduta ha solo stancato, oppure ha lasciato qualcosa?
Perché è lì che cambia tutto, che si diventa atleti migliori: nel momento in cui si smette di inseguire la sensazione violenta del “ho dato tutto” e si comincia a riconoscere il valore sottile del “ho fatto ciò che serviva”.

Che, detto così, sembra poco. In realtà è difficilissimo. Richiede sensibilità, richiede fiducia e competenza, richiede anche una buona dose di umiltà, quella che manca sempre quando l’ego mette le mani sulla programmazione e comincia a frugare dappertutto come un parente invadente.

Va bé, spero di essere stato di aiuto.

Torno a rompere le scatole su Telegram.

Alla prossima.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *